ancora miti, riti e liturgie di abbordaggio metropolitano

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lunedì 19 aprile 2010

Lasciate che i bambini

tornino allo stadio.

E' chiedere troppo?
Non sono una patita di calcio, forse perchè mio padre faceva per due(cento).

Legge della compensazione? Non so, di calcio mi occupo per lavoro, con grasse risate di quelli che in passato e adesso sono i miei colleghi. Finchè seguo una squadra e/o una tifoseria sfodero competenze, ma appena ci si allontana dal mio "oggetto di studio" ignoranza totale. Ed è qui che salta fuori la differenza tra me e gli appassionati. Perchè se si arriva, come la sottoscritta a pisolare davanti a un maxischermo, in una piscina affollata, il 9 luglio del 2006 per svegliarsi solo ai calci di rigore e ringraziare la nazione per i festeggiamenti del proprio compleanno (il 34esimo, grazie ma esageraaati!), vuol dire che ci sono altri amori!
Ma da bambina mio padre mi portava al Sant'Elia, un pò per avere compagnia, un pò perchè magari sperava di infondere un pò di sano tifo in quella figlia mingherilina e inappettente che però apprezzava i mitici hot dog dei baracchini di fronte allo stadio.
Ricordo gli ululati e i commenti caustici di mio padre fare eco a quelli di altri padri e altri coetanei, tra gli spalti.
Non c'erano anticipi, posticipi, recuperi infrasettimanali: la domenica era giornata del riposo all'insegna del sacro e del profano: nel tempio spirituale al mattino e in quello del calcio al pomeriggio (una curiosità il quartiere si chiama Sant'Elia per l'architetto non per il santo). La giornata scaglionata da messa, pranzo lucculliano (se il Cagliari andava in trasferta) e partita. Pioggia o sole non importava, appena il lavoro lo consentiva mio padre sosteneva il Cagliari in casa e vagheggiava di Gigi Riva e di una mitica nazionale di tempi ancora non lontanissimi (1969/70). Per mia madre nessun problema, quelle gite fuori porta le risparmiavano le cronache a tutto volume del calcio minuto per minuto che rieccheggiavano per le stanze di casa dalla radio della camera da letto, e i shhh shh di mio padre che temeva di perdere il passaggio chiave del suo Cagliari o di Pietro Paolo Virdis nel Milan.
Mi chiedo quanti di questi rituali si perdano i bambini di adesso, con il satellite che mostra la partita meglio che allo stadio, il rischio di andare sugli spalti e ritrovarsi negli scontri tra opposte tifoserie quando anche solo a transitare davanti a un tempio del calcio in auto con la mamma si rischia la vita.

2 commenti:

Walter ha detto...

Io ho una figlia che non disdegna il calcio, ma non sopporta molto il rumore (come me). Perciò è un pò un casino portarla allo stadio.
Quando ci siamo stati, abbiamo visto una partita finire 5 a 3: spettacolo.
Credo che il problema sia uno solo: la massa di imbecilli presenti.
Finchè sdoganiamo questi decerebrati, io il calcio lo uso solo per cazzeggiare il Lunedì.
Me ne fotto e guardo il basket.
Dan (Macca)

Trippi ha detto...

Ciao Dan, io non amo e non amavo il calcio neanche da bambina, ma quei momenti con mio padre sono tra i più belli condivisi con lui nella mia infanzia. Ecco perchè penso che si il calcio dovrebbe riconquistare sia la sacralità che l'aspetto ludico. Perchè di gioco si tratta e se certe persone non lo capiscono non dovrebbe essere loro consentito l'accesso allo stadio. Ma non per un turno, per sempre! Ad Libitum!

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