
E' chiedere troppo?
Non sono una patita di calcio, forse perchè mio padre faceva per due(cento).
Ma da bambina mio padre mi portava al Sant'Elia, un pò per avere compagnia, un pò perchè magari sperava di infondere un pò di sano tifo in quella figlia mingherilina e inappettente che però apprezzava i mitici hot dog dei baracchini di fronte allo stadio.
Ricordo gli ululati e i commenti caustici di mio padre fare eco a quelli di altri padri e altri coetanei, tra gli spalti.
Non c'erano anticipi, posticipi, recuperi infrasettimanali: la domenica era giornata del riposo all'insegna del sacro e del profano: nel tempio spirituale al mattino e in quello del calcio al pomeriggio (una curiosità il quartiere si chiama Sant'Elia per l'architetto non per il santo). La giornata scaglionata da messa, pranzo lucculliano (se il Cagliari andava in trasferta) e partita. Pioggia o sole non importava, appena il lavoro lo consentiva mio padre sosteneva il Cagliari in casa e vagheggiava di Gigi Riva e di una mitica nazionale di tempi ancora non lontanissimi (1969/70). Per mia madre nessun problema, quelle gite fuori porta le risparmiavano le cronache a tutto volume del calcio minuto per minuto che rieccheggiavano per le stanze di casa dalla radio della camera da letto, e i shhh shh di mio padre che temeva di perdere il passaggio chiave del suo Cagliari o di Pietro Paolo Virdis nel Milan.
Mi chiedo quanti di questi rituali si perdano i bambini di adesso, con il satellite che mostra la partita meglio che allo stadio, il rischio di andare sugli spalti e ritrovarsi negli scontri tra opposte tifoserie quando anche solo a transitare davanti a un tempio del calcio in auto con la mamma si rischia la vita.
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